Conosci la storia del tuo Paese?

Pubblicato il da Daniele A. Esposito

Conosci la storia del tuo Paese?

Sentirsi ignoranti è sempre frustante, ma lo è particolarmente se l’oggetto della nostra ignoranza è la storia del paese in cui siamo nati, cresciuti e al quale, in un modo o nell'altro, sentiamo di appartenere. Sarebbe auspicabile che noi tutti conoscessimo almeno le tappe fondamentali attraverso cui si è fatta la storia della nostra nazione. Quante volte avreste voluto documentarvi per saperne di più? E quante volte un po’ le circostanze e un po’ altri interessi vi hanno portato da tutt'altra parte?

Mosso da quel disagio a cui accennavo poc’anzi, mi sono messo alla ricerca di un testo dal taglio divulgativo, non troppo prolisso, né dettagliato, che mi desse un’infarinatura generale sulla storia del mio Paese. Confesso di non aver fatto molta strada: mi è bastato dare un’occhiata allo scaffale dei “libri noiosi” per trovare quanto cercavo. Non giudicatemi per questo: ogni lettore che si rispetti possiede una sezione di libri che riflettono ambiziose velleità intellettuali, ma che, ahimè, non leggerà mai!

Ad ogni modo, Storia d'Italia dal Risorgimento ai nostri giorni di Sergio Romano (Vicenza, 1929) è la guida a cui ho deciso di fare affidamento per colmare i grandi vuoti che avevo sul passato italiano (non che siano stati tutti sanati, anzi!). Il libro è stato pubblicato nella sua prima edizione francese nel 1977, per poi essere aggiornato diverse volte. La versione in mio possesso è una ristampa a cura di TEA storica aggiornata al 2010 su licenza di Longanesi.

Prima di addentrarmi nella lettura di un libro, in special modo se si tratta di un saggio, ho il vizio di cercare sul web qualche pettegolezzo sull’autore. Così ho appreso che Sergio Romano - storico e giornalista - ha avuto una prestigiosa carriera diplomatica, è stato ambasciatore alla NATO e a Mosca, ha insegnato nelle università di Firenze, Sassari, Berkeley, Harvard e Pavia e ha ottenuto onorificenze di gran prestigio. Insomma, per dirla con due parole, sembra una personcina rispettabile e competente.

Venendo a noi, il 17 marzo 1861, sotto re Vittorio Emanuele II della dinastia dei Savoia, nasceva il regno d’Italia. Gli italiani, all'epoca, ammontavano a circa 25 milioni. Prima di questo evento un’accozzaglia di stati preunitari si spartiva la penisola (il Regno di Sardegna con capitale Torino, il Ducato di Parma e Piacenza, il Granducato di Toscana con capitale Firenze, il Regno delle Due Sicilie con capitale Napoli, il Regno Lombardo-Veneto con capitale prima Milano e poi Venezia e lo Stato Pontificio con capitale Roma, giusto per ricordarne i principali). La costituzione del regno unitario, diversamente da quanto si apprende a scuola, non sembra esser stata un processo deciso a tavolino da un gruppetto di politici e intellettuali, bensì una vicenda assai intricata dove le contingenze storiche hanno giocato un ruolo assai importante. Basti pensare che, come ricorda Sergio Romano nelle prime pagine del testo, il concetto stesso di “unità” risultava a quel tempo ambiguo, se non addirittura polivalente. “Nel 1848 l’obiettivo era una confederazione degli Stati italiani sotto la presidenza del papa; nel 1859, la creazione d’un forte Stato italiano nell'Italia settentrionale, dal Piemonte al Trentino. Gli unitari, nel senso che la parola ebbe dopo il 1860, erano quanto meno all'origine, un piccolo gruppo d’intellettuali di estrazione piccoloborghese, tutti o quasi fortemente influenzati dagli scritti di Giuseppe Mazzini e dalle sue mistiche esortazioni all'insurrezione.”

Nel volume vengono delineati molti personaggi, ma mi soffermerò sul trio che ha dato il nome al maggior numero di vie, piazze e monumenti del Bel Paese: Garibaldi, Cavour e Mazzini (ovviamente!).

Dal punto di vista ideologico, Garibaldi appariva sicuramente il più carente dei tre ed è stato questo, forse, che mi ha portato a ridimensionare l’idea gloriosa che avevo dell’“Eroe dei due mondi”, che comunque è rimasto nella mia testa un grande uomo d’azione. Le parole di Sergio Romano lo descrivono molto bene: “anziché essere portatore d’una grande visione ideale come Washington, Garibaldi fu esclusivamente prassi, azione; e questa azione, che aveva nel giro di pochi mesi unificato la penisola, divenne le lettere patenti della nuova nazione. Non un’azione programmata, studiata in ogni dettaglio, accompagnata da un calcolo attento delle forze in gioco; ma un’azione improvvisa, concepita da pochi uomini, realizzata senza piani e mezzi, come per gioco. A causa di Garibaldi, l’Italia ha alle sue origini non un progetto, ma un atto, non un’idea, ma un’intuizione.”

Sono rimasto stupefatto, invece, dall'abilità e dall'arguzia con cui Cavour ha saputo gestire e comprendere la situazione politica del suo tempo. “Pragmatico e sottile, Cavour lasciava spazio agli avvenimenti ed era pronto a coglierne il senso, la direzione. Ma l’obiettivo iniziale era certamente la costituzione d’uno Stato omogeneo, limitato alle regioni settentrionali. L’Italia centro-meridionale, dal Lazio alla Sicilia, gli appariva lontana e indecifrabile. [...] Per realizzare il suo disegno politico aveva usato tutto il materiale di cui l’Italia pre-unitaria era provvista: mazziniani, garibaldini, federalisti, clericali e anticlericali. Li aveva banditi e traditi, incoraggiati e frenati, a seconda delle circostanze, con un gioco diplomatico in cui l’assenza di scrupoli era riscattata dalla tenacia e dall’intelligenza. E quando le forze che egli aveva suscitato o incoraggiato s’erano improvvisamente congiunte nella primavera del 1860 e avevano sferrato insieme un grande colpo contro le fragili strutture degli Stati pre-unitari, egli aveva cavalcato la tigre della rivoluzione italiana riuscendo a restare in sella per più d’un anno, sino alla morte.”

Se Cavour era uomo pragmatico, abile diplomatico e manipolatore, pronto a scendere con intelligenza a compromessi, Mazzini, d’altra parte, era più uomo d’ideali, meno capace sul piano pratico (le insurrezioni da lui promosse risultarono spesso disorganizzate e mal congegnate), “convinto che l’esempio di pochi avrebbe trascinato i più e che tutti i mezzi fossero permessi purché atti a conseguire il fine”. Nonostante questo il suo pensiero influì moltissimo negli anni precedenti l’unificazione e grande fu la fortuna di due delle sue idee: le virtù di Roma antica come base fondante della storia italiana e l’insurrezione popolare come mezzo concreto per giungere alla tanto ambita unità.

Quella sul Risorgimento, come avrete immaginato, era tra tutte la parte che più mi ha incuriosito, ma i temi che l’autore tocca e approfondisce nelle quasi 400 pagine di testo sono svariati. Tra questi la questione meridionale, emersa già agli albori dell’Italia unita, le contraddizioni del paese, le due guerre mondiali, il fascismo, la resistenza, gli anni di piombo, per arrivare infine a tangentopoli e alle vicende dell’età contemporanea.

L’autore non è né fazioso, né pedante e, grazie alla suddivisione del testo in brevi capitoli, il lettore riesce a mantenere viva la concentrazione e fissare facilmente i concetti nella mente. In ultima analisi, la lettura risulta piuttosto scorrevole, se non addirittura piacevole.

Sergio Romano

Sergio Romano

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