Leggere Esiodo a vent'anni

Pubblicato il da Daniele A. Esposito

Leggere Esiodo a vent'anni

È un pomeriggio temporalesco di fine agosto. Annoiato e insofferente mi aggiro per casa alla ricerca di qualcosa con cui ingannare il tempo. In questi casi, non so perché, finisco sempre a rovistare tra gli scaffali polverosi della mia libreria. Prendo un volume, lo sfoglio un po', per poi riposarlo; ne prendo un altro ancora e faccio lo stesso. Va avanti così per un bel pezzo, finché mi ritrovo in mano Le opere e i giorni  (in greco antico Erga kài Hemérai) di Esiodo. Un volumetto smilzo e intonso con testo greco a fronte. Non so una parola di greco! E di Esiodo? Beh di lui so, per sentito dire, che era un poeta dell’antica Grecia, forse addirittura uno dei primi di cui abbiamo notizia. Faccio un salto su Wikipedia e sono colto da sorpresa nel constatare che le uniche due cose che conoscevo dell’autore corrispondono al vero. Che ci faccia questo libro nella mia libreria non me lo so spiegare! Ho tra le mani un lavoro dell’VIII secolo a.C., che sto per riporre sullo scaffale per pigrizia. Ormai, però, ci ho ficcato il naso, ho sfogliato qualche pagina e letto le prime righe del testo. Preso da un’inspiegabile senso di colpa, ritorno sui miei passi, mi accomodo sul trono e concedo ad Esiodo una possibilità.

 

Il poema prende il via con un proemio in cui si invocano le Muse, si leccano un po’ i piedi al divino Zeus, padre degli dèi, e si dicono quel genere di cose che i poeti arcaici solevano dire in questi casi. Subito dopo compare Perse, il fratello di Esiodo. Che carino, penserete, ha dedicato l’opera al suo amato fratello. Non è andata proprio così! Alcuni diverbi, si scoprirà presto, hanno trascinato i due in una vera e propria contesa. Ve la racconto in breve. Alla morte del padre, Esiodo e Perse ricevono in eredità i suoi beni. Questi però, non riuscendosi ad accordare per una spartizione equa del patrimonio, finiscono davanti ai giudici per dirimere la controversia. Quel furbastro di Perse ottiene una sentenza favorevole, corrompendo i magistrati (“mangiatori di doni”) e gabbando, così, il povero fratello. Quest’ultimo allora, risentito, scrive un poema per insegnare a Perse le buone maniere, ribadendo in esso quanto giustizia e rettitudine siano importanti nella vita di un uomo. Quale altro modo per seguire la retta via, se non quello di dedicarsi con costanza ed impegno al proprio lavoro? Di questo è convinto Esiodo (“il lavoro non è vergogna; è l’ozio vergogna”), che non perde occasione per esortare il “caro” fratello a rimboccarsi le maniche.

Ma tu ricorda sempre i miei consigli:
lavora Perse, stirpe divina, perché Fame
ti odi e t’ami l’augusta Demetra dalla bella corona,
e di ciò che occorre per vivere t’empia il granaio.
Fame sempre è compagna dell’uomo pigro
e uomini e dèi hanno in odio chi, inoperoso,
vive ai fuchi senz’arma somigliante nell’indole,
i quali la fatica dell’api consumano in ozio,
mangiando; a te sia caro occuparti di opere adatte
perché del cibo nella sua stagione raccolto ti si empia il granaio.

Ma, attenzione, il lavoro, pur essendo l’unica via che consentirebbe agli uomini un’esistenza meritevole, in realtà, non sarebbe altro che una gravosa pena inflitta dagli dèi all’umanità (come non essere d’accordo!). Per convincerci di questo, Esiodo parte dall’alba dei tempi, servendosi di due miti.

 

Farò qualche accenno al più noto dei due: il mito di Prometeo e Pandora. Le cose andarono pressappoco così. Zeus, adirato per l’ennesimo misfatto, sottrasse all’umanità il fuocoPrometeo, titano con simpatie per il genere umano, contravvenendo alle decisioni divine, ce lo restituì, rubandolo agli dèi. Allora il dio del tuono, per ripicca,  nascose all’uomo il sostentamento (bios), facendo sì che lavoro e fatica, prima del tutto assenti in un mondo che offriva spontaneamente i suoi frutti all'umanità, divenissero necessari per ottenere nutrimento dalla terra. Non è tutto. Il re dell’Olimpo, infatti, commissionò al figlio Efesto Pandora, una donna che il dio del fuoco avrebbe foggiato in modo tale da renderla “somigliante alle dee immortali nell’aspetto”. A lavoro ultimato, Zeus la inviò in dono ad Epimeteo, il fratello un po’ tonto di Prometeo. Costui, nonostante l’astuto Prometeo lo avesse esortato a rifiutare qualsiasi presente da parte di Zeus, accettò il dono. (Curiosamente i nomi stessi dei due titani enunciano le loro qualità: Prometeo = “colui che pensa prima”, Epimeteo = “colui che pensa dopo”.) Di lì a poco, Pandora avrebbe aperto la giara che conteneva tutti i mali, disperdendoli nel mondo. Da quel momento la vita dei comuni mortali fu zeppa di difficoltà ed ostacoli, oltre che di fatica e penuria. 

Prima infatti sopra la terra la stirpe degli uomini viveva
lontano e al riparo dal male, e lontano dall'aspra fatica,
da malattie dolorose che agli uomini portan la morte
- veloci infatti invecchiano i mortali nel male -.
Ma la donna, levando con la sua mano dall'orcio il grande coperchio,
li disperse, e agli uomini procurò i mali che causano pianto.

Esiodo, come il padre, è un contadino; egli coglie, quindi, l’occasione per dar forma, durante la narrazione, ad un vero e proprio vademecum sull'agricoltura, contenente consigli e precetti di pratica utilità per i suoi contemporanei. Non a caso, definiamo gli Erga un poema didascalico. Ovviamente al lettore moderno poco importa di come si costruisca un aratro o quali astruse superstizioni vadano rispettate per ottenere un buon raccolto. Cercate di fare uno sforzo! 
Vi risparmio il commento sulla sezione finale del poema, I Giorni, in cui il poeta non fa altro che intimare al lettore il rispetto di tutta una serie di riti scaramantici, al fine di non incappare in qualche persecuzione divina.

Si è detto che Esiodo è uno dei primi poeti della Grecia antica; che ne è stato, allora, di Omero? Beh, innanzitutto, sulla vita di Esiodo disponiamo di qualche cenno biografico; lo stesso non si può dire per Omero, della cui esistenza si è pure dubitato. Si narra, comunque, che, in occasione dei giochi funebri in onore di Anfidamante, re di Calcide, Omero ed Esiodo si siano sfidati in un agone a colpi di versi (che non posso fare a meno di immaginarmi come una sfida tra rapper ante litteram) e che quest’ultimo - pensate un po’-  sia riuscito pure ad avere la meglio sul rivale. Se Omero narra di magnifiche gesta eroiche, prerogativa di una élite ristretta di nobili guerrieri, Esiodo, invece, dà voce agli aspetti meno gloriosi della vita di tutti i giorni in cui le masse si riconoscono: il lavoro, la fatica, le ristrettezze economiche, le angherie dei potenti. In realtà non sappiamo se Omero, sempre che sia esistito, sia stato davvero suo contemporaneo, pare più probabile che l’abbia preceduto, anche se non di molto. Verosimilmente l’Agone di Omero ed Esiodo è soltanto un’antica opera di finzione; esso ci informa, tuttavia, della grande considerazione di cui Esiodo godette tra i poeti della Grecia antica.

Venendo a noi, perché leggere Esiodo, dunque? Il poeta antico ci parla di lavoro, giustizia e onestà, temi che restano drammaticamente attuali ancora oggi, ma lo fa alla sua maniera, infilandoci in mezzo due miti splendidi e insegnandoci, nel mentre, a costruire un aratro e a non far incazzare gli dèi. Cosa volete di più dalla vita? 

Esiodo

Esiodo

Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Commenta il post
R
Complimenti Danky! Seguo già da un po' i tuoi post e devo dire che stavolta hai superato le mie aspettative. Con uno stile icastico accompagnato da una giusta dose di spirito, che ha alleggerito la recensione impedendole di diventare pedante, mi hai felicemente catapultata in un poema di cui non si sente parlare spesso. Eppure è un'opera estremamente attuale in cui Esiodo, uomo umile, laborioso e onesto (circondato però da persone corrotte, primo fra tutti il fratello), invita a non esimersi dal lavoro, che benché sinonimo di fatica e sudore, risulta necessario all'uomo per fugare le punizioni degli dèi. La parte che però, mi è rimasta più impressa e che mi ha portato a riflettere, è quella in cui è presente l'apologia dello sparviero. Essa ci dà una bella morale, antesignana di quelle che in seguito darà Esopo: spesso nella speranza di cose migliori lasciamo andare ciò che abbiamo tra le mani. Quanti di noi lo fanno? Ai posteri l'ardua sentenza:):) Ciao.
Rispondi
D
Cara Rita, il tuo commento mi riempie di gioia, ti ringrazio molto! Devi sapere che più volte ho accantonato l'idea di scrivere questo post: mi sembrava di osare troppo, allontanarmi dalla realtà e dal mondo. Ma poi ho compreso che i problemi che affliggevano Esiodo, seppur in salsa diversa, sono gli stessi di cui continuiamo a preoccuparci noi e allora ho portato a termine l'impegno. Un saluto affettuoso :)
C
Complimenti per l'ottima recensione!
Rispondi
D
Grazie Carmela! Troppo gentile :)