Apologia dello sdraiato

Pubblicato il da Daniele A. Esposito

Apologia dello sdraiato

Eri sdraiato sul divano, dentro un accrocco spiegazzato di cuscini e briciole. Annoto con zelo scientifico, e nessun ricamo letterario. Sopra la pancia tenevi appoggiato il computer acceso. Con la mano destra digitavi qualcosa sullo smartphone. La sinistra, semi-inerte, reggeva con due dita, per un lembo, un lacero testo di chimica, a evitare che sprofondasse per sempre nella tenebrosa intercapedine tra lo schienale e i cuscini, laddove una volta ritrovai anche un würstel crudo, uno dei tuoi alimenti prediletti. La televisione era accesa, a volume altissimo, su una serie americana nella quale due fratelli obesi, con un lessico rudimentale, spiegavano come si bonifica una villetta dai ratti. Alle orecchie tenevi le cuffiette, collegate all’iPod occultato in qualche anfratto: è possibile, dunque, che tu stessi anche ascoltando musica.

Il brano è tratto da Gli sdraiati, un romanzo di Michele Serra (Roma, 1954) edito da Feltrinelli, che ha avuto - e sta avendo - un successo clamoroso. Non sembra un romanzo, bensì uno spaccato di realtà quotidiana. Riducendo ai minimi termini, è la storia di un padre, un cinquantenne divorziato, che ha un problema: suo figlio, un diciottenne dei giorni nostri.

Quello tra genitori e figli è, per definizione, un rapporto complicato, anzi complicatissimo. Nessuno ci insegna come assolvere l’uno o l’altro compito, né ci sono norme universali a cui attenersi. Va da sé che ognuno è costretto ad arrangiarsi come meglio può. Eppure ad ogni generazione i padri non perdono occasione per ribadire l’assenza di valori nei figli, puntare il dito contro l'indolenza che li attanaglia e osteggiare apertamente i vizi che ne pervadono le giovani menti. O tempora, o mores! Una lagna che va avanti da venti secoli e forse anche più. La tradizione che si scontra con la modernità, come un gatto che si morde la coda. Come se gli stessi figli ribelli non finissero poi un giorno per prendere il posto dei padri rompiscatole. 

Gli "sdraiati" sono appunto quei giovani che trascorrono l’esistenza in orizzontale, a poltrire su un divano, a non combinare nulla di buono. Nel romanzo, il figlio del protagonista ne è la sintesi perfetta, racchiudendo in sé tutti quegli stereotipi che comunemente attribuiamo alla sua generazione (che sarebbe anche la mia!). L’assenza di interazione con il ragazzo è motivo di cruccio per il padre, che proprio non riesce a capacitarsi di tale mancanza.

Se il tema del libro non è dei più innovativi, lo stesso non si può dire per lo stile di Michele Serra. La sua tecnica narrativa è brillante e originale: le parole scorrono fluidamente una dietro l’altra come un fiume in piena. L’irriverente sarcasmo dell’autore è decisamente coinvolgente, tanto che più volte mi sono immedesimato nel padre piuttosto che nel figlio. I capitoli brevi (forse troppo!) inducono il lettore a voltare sempre pagina: non si riesce a smettere di leggere.

Quello di Serra non è un saggio. Non possiamo, quindi, redarguirlo per aver caldeggiato il cinismo pungente del genitore cinquantenne senza passare la palla al giovane, che magari avrebbe anche voluto dire la sua (o magari no!). Pur essendomi sentito più vicino al genitore che al figlio, vorrei comunque bilanciare il confronto generazionale con qualche considerazione personale.

Oggi più che mai lo scontro tra vecchi e giovani ha acquisito vigore e la causa prima risiede, forse, nel diverso modo di esprimersi e comunicare. Mio nonno potrebbe chiedersi, ad esempio, come faccia a stare al mondo senza leggere il giornale ogni mattina. Io, d’altronde, potrei chiedermi come faccia lui a vivere senza scaricare musica, guardare film in streaming o fare acquisti su Amazon. Ma non è questo il punto.

Il punto è che i figli non sono i soli ad essere cambiati; sono cambiati con loro anche i padri. Dite che noi giovani non abbiamo più voglia di lavorare, che siamo degli scansafatiche, che trascorriamo gran parte del giorno a bighellonare tra tv e pc. Dite anche che non abbiamo più interessi, né ideali e che della crisi non ce ne può fregar di meno, finché ci sono mamma e papà a mantenerci. Forse avete ragione. Forse non ce ne frega proprio niente.

Ma, curiosamente, della negligenza dei padri nessuno sembra preoccuparsi. Cari genitori, non so con quale percentuale abbiate contribuito a rendere i vostri figlioli dei rincitrulliti, ma, alle volte, sospetto sia abbastanza alta da delegittimare molte delle vostre lamentele. Siete voi a ridurci così, quando a cinque anni ci comprate un nuovo videogame ogni volta che ci cade un dentino; a sette, invece che leggerci le favole, ci mettete in mano un tablet; ci lasciate davanti alla tv per ore, quando dovremmo fare i compiti; ci portate al centro commerciale anziché al parco e ci date la merendina anziché un frutto. Voi ci avete viziato, non la società, le mode o le cattive influenze. È lecito lamentarsi dei figli, almeno quanto lo è dei padri.

Noi un po’ ci vergogniamo, e voi?

Michele Serra

Michele Serra

Ricostruzione della scena descritta nel brano iniziale

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C
Una recensione che, come sempre, invoglia a leggere il libro. Complimenti!
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D
Ti ringrazio Carmela. Buona domenica :)