Il De rerum natura di Lucrezio curato da Piergiorgio Odifreddi

Pubblicato il da Daniele A. Esposito

Il De rerum natura di Lucrezio curato da Piergiorgio OdifreddiIl De rerum natura di Lucrezio curato da Piergiorgio Odifreddi

Duemila anni fa un uomo guardò alla cultura del futuro, e ne anticipò buona parte in un'opera visionaria e avveniristica: l'uomo era il poeta Lucrezio, l'opera il poema De rerum natura.

Piergiorgio Odifreddi

Se a scuola mi avessero detto che Tito Lucrezio Caro era così avanti probabilmente non avrei atteso tutti questi anni per addentrarmi nella sua opera. O forse durante l’ora di latino non ero poi così attento, chissà!

Ho riscoperto il De rerum natura grazie a Piergiorgio Odifreddi (1950), matematico e noto divulgatore italiano, che, nel suo Come stanno le cose. Il mio Lucrezio, la mia Venere, ne ha ripreso i contenuti rivitalizzandoli in chiave moderna con un adattamento in prosa, rendendo tutto (ci perdoni il sommo Lucrezio!) più accessibile e accattivante. Per non parlare delle chicche di approfondimento basate sul nostro sapere umanistico e scientifico che impreziosiscono notevolmente il volume, rendendolo una sorta di piccola enciclopedia illustrata.

Lucrezio è stato un poeta romano del I secolo a.C. noto seguace dell’epicureismo, dottrina filosofica incentrata sulle idee di Epicuro (pensatore greco vissuto a cavallo tra il IV e il III sec. a.C). La filosofia di Epicuro, noto ai più per la sua Lettera sulla felicità, era decisamente tra le più anticonformiste e ostili alla tradizione. Il filosofo greco non confutava l’esistenza degli déi, ma insegnava che essi non si curano minimamente degli uomini e delle loro vicende. Sosteneva che il sommo bene è il piacere, il quale si può raggiungere attraverso l’atarassia, ovvero l’imperturbabilità dell’animo e l’indifferenza alle passioni.
Egli incoraggiava i suoi seguaci ad allontanarsi dalla conduzione della cosa pubblica, portatrice di conturbazioni e malesseri.

La tradizione romana osteggiava l’epicureismo, poiché l’organizzazione statale dei culti era messa a dura prova dalla concezione filosofica greca. Al punto che, in diverse occasioni, filosofi epicurei furono espulsi dall’Urbe.
Dall’idea che mi sono fatto, essere epicurei nel I sec. a.C., epoca in cui lo stoicismo imperversava, doveva essere un po’ come essere comunisti negli USA in pieno maccartismo... Anche se alcuni sostengono che nel I sec. a.C si fosse arrivati ad un certo grado di tolleranza nei confronti della dottrina di Epicuro.

Cenni biografici su Lucrezio ne abbiamo davvero pochi e quei pochi che abbiamo sono spesso confusi.
Ad ogni modo, al suo nome associamo generalmente il De rerum natura, l’unica sua fatica giunta sino ai giorni nostri. Senza lo zampino di un umanista certosino di epoca rinascimentale, un certo Poggio Bracciolini, che rinvenne l’antico manoscritto che ne conservava integralmente il testo, non avremmo neanche quella. L’avventurosa storia del ritrovamento è raccontata da Stephen Greenblatt nel suo Il manoscritto. Come la riscoperta di un libro perduto cambiò la storia della cultura europea.

Facendo una scelta insolita, Lucrezio adotta la poesia per farsi divulgatore dell’epicureismo; lo stesso Epicuro, infatti, si era, nei secoli precedenti, dichiarato apertamente ostile alla poesia, in quanto fonte di inganni e nemica della comprensione razionale dell’universo. Ma Lucrezio ne sa una più del diavolo e, come lui stesso sosterrà nel poema, adotta il miele della poesia per l’amara medicina della filosofia: essa, facendo breccia sul colto pubblico romano, facilita il processo educativo, limitando le resistenze di una platea di lettori potenzialmente avversi alle dottrine filosofiche esposte.

Il De rerum natura ovvero La natura delle cose (o semplicemente La Natura) è un poema didascalico in sei libri, forse incompleto o mancante di una messa a punto finale. I molti temi discussi nei versi di Lucrezio, alcuni dei quali incredibilmente attuali, sono permeati dalla sua lucidissima visione materialistica e meccanicistica della realtà e del cosmo, tanto che, a tratti, non sembra possibile siano stati composti oltre duemila anni fa. Leggendo le dissertazioni sull’atomismo, complice anche l’adattamento che ci propone Odifreddi, pare che a scrivere sia uno scienziato moderno piuttosto che un poeta antico.
In altri passi, come giustamente osserva Odifreddi, Lucrezio è talmente visionario da anticipare di secoli intuizioni mirabolanti. Ad esempio quelle che saranno di Galileo verso la fine del 1500.

I corpi più pesanti cadono più velocemente di quelli leggeri soltanto nell'aria e nell'acqua, perché questi mezzi cedono più facilmente a ciò che è più pesante. Ma nel vuoto tutto cade con la stessa velocità, indipendentemente dal peso, perché il vuoto non oppone nessuna resistenza.

Lucrezio

Davvero notevole!

Degne di nota sono anche le  posizioni di Lucrezio in merito a vita ultraterrena e punizioni nell’aldilà. Egli reputa, infatti, questi concetti completamente inconsistenti, frutto di racconti fantastici e lontani dalla natura delle cose. Ma non si ferma qui. Il suo scopo è quello di mostrare al pubblico le assurdità legate ai culti degli déi che talvolta spingono gli adepti a sacrificare crudelmente innocenti. Particolarmente intensa, a tal proposito, è la narrazione mitologica del sacrificio di Ifigenia.

Nella città greca di Aulide, il fior fiore degli eroi achei deturpò col sangue di Ifigenia l’altare della vergine Diana, per propiziare la dea offesa dall’uccisione di una cerva sacra.
Quando le fu tolta la benda dagli occhi, la ragazza scorse il padre Agamennone all’altare col volto mesto, i sacerdoti attorno a lui che nascondevano la lama del sacrificio, i cittadini che piangevano. E cadde in ginocchio terrorizzata.
Non giovò, alla sfortunata, l’essere stata la primogenita del re che aveva offeso la dea: fu sollevata a braccia dagli uomini, e condotta all’altare tutta tremante. Ma non, come le avevano fatto credere, per essere solennemente sposata ad Achille e musicalmente scortata dal canto di Imeneo, protettore dei matrimoni. Bensì per soccombere come mesta vittima, immolata dal proprio padre affinché la flotta potesse salpare per Troia.
A tanto male poté condurre la religione!

Lucrezio

La religione, secondo Lucrezio, opprime l’umanità e ne turba le gioie con la paura. Se soltanto gli uomini aprissero gli occhi e realizzassero che non vi è nulla dopo la morte, diverrebbero insensibili ai ricatti e alle minacce dei sacerdoti e cesserebbero di essere succubi della superstizione religiosa.

Insomma, il testo è colmo di temi e spunti concretamente rilevanti e attuali che qui abbiamo soltanto sfiorato. Non a caso la sua riscoperta in epoca rinascimentale ha avuto un impatto considerevole su personalità di spicco della cultura occidentale come Botticelli, ispiratosi ai versi lucreziani per due dei suoi capolavori (la Primavera e la Nascita di Venere) e, tra gli altri, Machiavelli, Molière, Diderot e Leopardi.
 

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