Primo Levi. Memorie di un chimico ebreo nei lager nazisti

Pubblicato il da Daniele A. Esposito

Primo Levi. Memorie di un chimico ebreo nei lager nazisti

Ho sempre sentito parlare di Primo Levi (1919 - 1987). Spuntava ogni anno, quando ero ragazzino, con fastidiosa puntualità nelle ultime settimane di gennaio. Erano le insegnanti a scuola a riesumarlo di volta in volta. Ci parlavano dei suoi libri, delle sue testimonianze concentrazionarie; ci facevano leggere degli estratti in classe e poi, periodicamente, sbucavano fuori il Diario di Anna Frank o L’amico ritrovato di Uhlman, potevi scommetterci! Tutto questo, il più delle volte, si accompagnava a documentari pizzosi dell’Istituto Luce in cui si vedeva gente nuda talmente magra che quasi non stava in piedi; corpi con volti senza espressione buttati lì, ammassati l’uno sull’altro, venivano inquadrati dalla cinepresa, tutto rigorosamente in bianco e nero. Mi facevano specie, mi chiedevo perché ce li facessero vedere tutte le volte, probabilmente se lo chiedevano tutti. Ma, che mi ricordi, nessuno osava avanzare domande. Era la giornata della memoria e questo doveva bastare.

Sul finire dello scorso dicembre, facendo ordine tra i vecchi libri in casa dei miei, mi sono ritrovato in mano una copia edita da Einaudi di Se questo è un uomo. Da persona attenta alle proprie letture, quale sono diventato negli anni, non rammentavo di averlo acquistato di recente. Doveva trattarsi di una lettura scolastica o qualche compito per le vacanze assegnatomi chissà quanti anni prima. Inutile dire che, come avrete intuito, quel compito è rimasto a lungo inevaso. Ormai prossimo alla soglia dei trent’anni ho provato, tra me e me, una leggera vergogna per questa lacuna culturale: non potevo esimermi questa volta.

Mi sono convinto, col senno di poi, che sia stato un bene che le cose siano andate così. Da ragazzino, ai tempi della scuola, non credo sarei riuscito a cogliere la profondità dietro ad ogni parola scelta con cura, per non parlare della drammaticità della vicenda umana di cui Primo Levi ci porta la sua struggente testimonianza. Abbandonando ogni retorica, questa è la storia di come mi sono avvicinato ad uno degli autori più interessanti del secondo Novecento letterario italiano.

Torinese di nascita, discendente di una famiglia ebraica piemontese, fin dall’infanzia, Primo Levi si avvicina alla scienza e alla letteratura grazie all’influenza del padre, un ingegnere elettrotecnico avido di libri. Nel ’43 a due anni dalla laurea in chimica (110 cum laude), Levi, è fatto prigioniero dalle milizie nazifasciste in Valle D’Aosta. Partigiano antifascista e per di più ebreo, non poteva che attenderlo un panorama a tinte fosche nell’Italia del Ventennio e delle leggi razziali (entrate in vigore già dal ’38). Finirà poco tempo dopo, infatti, tra i molti deportati nei lager nazisti.

Fiumi di parole sono stati scritti, nel mondo, sui campi di concentramento, tanto che Se questo è un uomo, il più noto memoriale di Levi sulla scioccante esperienza a Monowitz (campo di lavoro facente parte del più noto complesso di Auschwitz) fu respinto per ben due volte da Einaudi. Fortunatamente questa decisione fu rivista oltre un decennio dopo dalla storica casa editrice torinese. Dal ‘58, infatti, Einaudi tornò a prestare attenzione al lavoro di Levi, pubblicandone l’opera omnia nel proprio catalogo.
Tra le firme più note del periodo a sostegno di Levi troviamo Italo Calvino.

La lucidità degli scritti di Levi è tale che ultimata questa prima lettura, ormai annoverata tra i classici della letteratura italiana e non solo, ho ritenuto necessario continuare a ripercorrere le sue memorie e i suoi racconti.
A Se questo è un uomo seguono cronologicamente le vicende de La tregua (Premio Campiello, 1963). Con l’avanzata dell’Armata Rossa i tedeschi abbandonano i lager portando con sé parte dei prigionieri. Altri, tra cui gli infermi, rimarranno abbandonati a se stessi, senza risorse tra le grinfie della sorte. Oggetto di questo secondo libro è proprio lo snervante cammino di rimpatrio che i superstiti del terzo Reich affrontano quando i russi intervengono in loro soccorso.

Leggetelo, leggete Primo Levi se volete documentarvi in maniera critica su queste vicende, perché  “è avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire.”

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S
Lungi da me chiederti di scrivere diversamente da quanto faresti. Il mio voleva solo essere il consiglio di una tua lettrice della domenica. Lo dicevo perché o uno fa una recensione, oggettiva, imparziale, o uno scrive delle considerazioni, come dici tu, e se ne frega del resto. Bene, tu rientri nel secondo caso ed è proprio per questo motivo che avrei preferito considerazioni più personali, più emotive forse, data anche la tematica affrontata. Ma forse sono desideri solo miei, in fondo sono sempre stata una romantica.<br /> <br /> Saluti
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S
Ciao Daniele! Bella recensione (come sempre), chiara e oggettiva. <br /> Se posso però, vorrei darti uno spunto. Da lettrice penso che qualche citazione in più l'avrebbe resa ancora più invitante, più completa. <br /> Sarebbe bello, faccio un esempio, trovare in fondo ad ogni tuo post (o in apertura) un passaggio del libro che tu ritieni significativo, un breve estratto, e magari perché no, la tua interpretazione a riguardo, le tue sensazioni. <br /> Tanti saluti e un abbraccio<br /> Stefy
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D
Cara Stefania, <br /> non ho velleità né di recensore, né di consigliere, categorie di cui il mondo abbonda. Questo mi evita di dover sottostare a stilemi o, peggio ancora, di dovermi ingraziare il pubblico.<br /> Le mie rimangono considerazioni di un lettore della domenica pomeriggio, tuttavia sono contento che qualcuno le apprezzi :)