Andre Agassi, autobiografia di un campione riluttante

Pubblicato il da Daniele A. Esposito

Andre Agassi, autobiografia di un campione riluttante

Che io ricordi non ho mai letto un’autobiografia prima d’ora. In genere i personaggi che le scrivono non sono quelli di cui leggerei le vite, mentre quelli che mi interessano non sono soliti scriverle. Curioso, vero?

Eppure, tra le cataste di libri ancora intonsi, fa capolino il testone pelato di Andre Agassi (Las Vegas, 1970). Prendo in mano Open. La mia storia, il suo libro edito da Einaudi, lo sfoglio, mi sorprendo a curiosare la quarta di copertina. Non so neanche chi sia questo Agassi, devo averlo acquistato almeno un annetto fa e non ho ancora avuto modo di leggerlo; è un effetto collaterale, penso tra me e me, della lettura ossessivo-compulsiva: si acquistano continue vagonate di libri che si finiranno per leggere nel duemilamai...

Ad ogni modo sembra essere il momento buono per Agassi. Sbircio qualcosa su Wikipedia: Andre Agassi è stato una leggenda del tennis, a quanto pare.
Se le autobiografie non sono il mio genere, i tennisti lo sono ancora meno. L’unica racchetta che ho preso in mano nella mia vita è stata quella da ping pong nel doposcuola e sono restio a pensare che i match che ho disputato in questa disciplina la domenica pomeriggio mi valgano qualche posizione nella classifica ATP.

Mi addentro nella lettura, nonostante tutto, e le parole scorrono che è una bellezza. Mi sorprendo che un tennista in pensione sia tanto abile con la penna. Volo ai “ringraziamenti” e apprendo con narcisistico sollievo che il pregiudizio era fondato: J. R. Moehringer, un giornalista e scrittore americano Premio Pulitzer, ha contribuito in maniera sostanziale alla stesura della biografia. Ringalluzzito dal mio sesto senso, procedo lesto nella lettura.

Inaspettatamente comincio ad appassionarmi alla vicenda umana di questo ragazzino divenuto l’unico strumento di riscatto per il padre padrone dal mediocre passato sportivo. Andre è costretto, fin da bambino, a sostenere ritmi di allenamento massacranti nel cortile di casa, dove ingaggia una sfida continua contro il “drago sputapalle” che il padre ha costruito per lui.

Un campione, al di là del talento, va costruito. Agassi senior, il tiranno, lo sa bene e pianifica la preparazione del figlio con precisione chirurgica: “Andre, se colpisci 2.500 palle al giorno, cioè 17.000 a settimana, cioè un milione di palle all’anno, non potrai che diventare il numero uno.”
Se la familiarità genera disprezzo, la monotonia non può che generare odio.

Odio il tennis, lo odio con tutto il cuore, eppure continuo a giocare, continuo a palleggiare tutta la mattina, tutto il pomeriggio, perché non ho scelta. Per quanto voglia fermarmi non ci riesco. Continuo a implorarmi di smettere e continuo a giocare, e questo divario, questo conflitto, tra ciò che voglio e ciò che effettivamente faccio mi appare l’essenza della mia vita.

E’ Andre Agassi a sostenere quanto sopra e il mio giudizio su queste frasi rimbalza come una palla da tennis nel campo della mente in cui si fronteggiano da un lato la poesia pura e dall’altro le frasi di circostanza.

P.S. Per chi fosse interessato alla versione del padre, Mike Agassi ha recentemente pubblicato Indoor. La nostra storia con Dominic Cobello.

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