America precolombiana, cronache di un genocidio

Pubblicato il da Daniele A. Esposito

America precolombiana, cronache di un genocidio

Lo ammetto, non conoscevo minimamente Todorov. Ho acquistato questo suo libro unicamente perché mi piaceva la copertina: il mosaico azteco del serpente a doppia testa con le sue tessere turchesi di forma irregolare e varia grandezza - concorderete con me - è davvero notevole!

Come avrete intuito sto parlando del grande filosofo ed intellettuale Tzvetan Todorov (1939 - 2017), recentemente scomparso, e del suo saggio La conquista dell’America. Il problema dell’”altro” edito da Einaudi.

Quel fatidico 12 ottobre del 1492 il poliglotta e cocciuto Cristoforo Colombo (o, se preferite, Cristóbal Colón) approdò con il suo equipaggio, ormai sfiduciato e in procinto di ammutinarsi, a San Salvador, isola dell’arcipelago delle Bahamas nonché prima tappa degli occidentali nel Nuovo Mondo.
Il mondo non sarebbe più stato come prima. Seguirono altre spedizioni capitanate dallo stesso Colombo e, via via, ci si addentrò sempre di più nel continente.

Così scoprimmo l’America. O, meglio, la riscoprimmo, visto che l’umanità vi si era già insediata da almeno 15 mila anni. Questi primi “americani” arrivarono dall’Asia. Approfittando delle glaciazioni, infatti, poterono attraversare la cosiddetta Beringia, l’istmo di terra tra la Siberia e l’Alaska, penetrando via via sempre più a sud.

Insomma a noi europei piace dire di averla scoperta; poiché, prima delle spedizioni di Colombo, dell’America nessuno ne sospettava nemmeno l’esistenza (anche se pare che un drappello di vichinghi, guidati da uno dei figli dell’esule Erik il Rosso, già colonizzatore della Groenlandia, ci avesse messo piede almeno quattro secoli prima degli spagnoli, ma questa è un’altra storia!).
Lo stesso Colombo, come ricorderete, si aspettava, navigando in quella direzione, di trovare le Indie orientali e si ostinava a voler convincere il mondo  del fatto che la sua rotta fosse la più breve.

Probabilmente, per dirla con un termine che oggi va molto di moda, fu uno dei casi più eclatanti della storia in quanto a serendipità. Ma torniamo a noi...

Quando gli europei misero piede in America, si stima che la popolazione indigena ivi residente fosse dell’ordine degli 80 milioni. Che fine hanno fatto? Beh, provate a indovinare!
Fu una carneficina, uno dei più grandi massacri (se non il più grande) che la storia ricordi. Attorno alla metà del XVI secolo, stando alle fonti citate nel libro, i superstiti sarebbero stati solo 10 milioni. Una vera e propria ecatombe!
Certo, un ruolo non indifferente lo ebbero le malattie che gli europei portarono con sé. Ma sono convinto che, dopo che avrete letto le nefandezze riportate nei rapporti di testimoni dell’epoca, quasi vi dimenticherete della piaga del vaiolo.

Quando fra i prigionieri c'erano delle donne che avevano da poco partorito, se i neonati si mettevano a piangere, li prendevano per le gambe e li sbattevano contro le rocce o li gettavano fra gli sterpi perché finissero di morire.

Rapporto dei domenicani per il ministro M. de Chievres (1516)

Alcuni cristiani incontrarono un'indiana, che teneva in braccio un bambino a cui dava il latte; e poiché il cane che li accompagnava aveva fame, strapparono il bambino dalle braccia della madre e lo gettarono vivo in pasto al cane, che lo fece a pezzi sotto gli occhi della donna.

Rapporto dei domenicani per il ministro M. de Chievres (1516)

Il capitano Alonso López de Avila aveva fatto prigioniera, durante la guerra, una giovane indiana, donna bella e graziosa. Costei aveva promesso al marito, il quale temeva di poter essere ucciso in guerra, di non appartenere ad altri che a lui; ed essa preferì perdere la vita piuttosto che farsi macchiare d'infamia da un altro uomo. Per questo fu data in pasto ai cani.

Diego de Landa, Relazione sullo Yucatán (1566)

Todorov si destreggia tra i crudissimi resoconti di conquistadores senza scrupoli e le appassionate relazioni di denuncia che ecclesiastici pentiti riportarono in patria.
Hernán Cortés da una parte e Bartolomé de Las Casas dall'altra costituiscono i campioni più rappresentativi delle rispettive fazioni.
Se il primo è un guerrafondaio astuto e senza scrupoli imbarcatosi con il chiaro intento di arricchirsi in quattro e quattr’otto anche soggiogando il diverso a colpi di sciabola, il secondo è un pio ecclesiastico mosso dalla genuina (quanto dannatamente insopportabile) volontà di estendere il Dio cristiano ai barbari.
Las Casas, testimone diretto delle atrocità subite dagli indios, diverrà, in più occasioni, paladino dei loro diritti esponendosi, talvolta, al pubblico ludibrio.

Ma sia Cortés che Las Casas, ci spiega Todorov, si rifiutano di comprendere veramente gli indigeni. Entrambi, infatti, seppur con metodi radicalmente differenti, si limitano ad imporre il proprio volere e la propria cultura al prossimo. Non faranno mai alcuno sforzo per interagire attivamente con l’“altro”. Ciò presuppone che gli spagnoli, a prescindere dai loro ideali, percepiscano un’ineguaglianza di fondo (del tipo "loro sono inferiori a noi") che rende superfluo il confronto con gli indiani e spiana la strada al colonialismo in tutte le sue forme.

Todorov cita molte fonti e la bibliografia del suo libro è zeppa di titoli altrettanto illuminanti, vi consiglio di scorrerla con attenzione.

Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Commenta il post